dr. Roberto Pietro Stefani - medico chirurgo specialista in odontostomatologia - 040 765452 - via S. Nicolò, 22 - 34121 Trieste

BMA

La tecnica per liberarsi rapidamente dal dolore muscolare

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Come funziona il BMA

BMA Bilanciamento Muscolare in Allungamento

L’apparato muscolo scheletrico fasciale rappresenta l’organo di maggiori dimensioni del corpo umano ed è quello che di fatto rende possibile “il fare” della vita.

E’ stata la sua funzione a consentire all’uomo quel movimento che gli ha permesso di spostarsi velocemente e di avere così più opportunità per procurarsi il cibo che è la fonte energetica fondamentale per la sopravvivenza.

Questa consapevolezza ha portato l’osteopata americano I. Korr ad affermare, in maniera certamente provocatoria, che tale apparato rappresenta il vero “meccanismo primario della vita “ e che la funzione viscerale, a cui tutti i medici dedicano tanta attenzione, agisce in realtà solo da supporto producendo, a partire dal cibo, l’energia necessaria a soddisfare le esigenze dei muscoli che sono di fatto i veri protagonisti.

 

Osteopati, posturologi, chinesiologi ma recentemente anche molti medici dimostrano di prestare sempre più attenzione a questo apparato in quanto esso è risultato essere sempre coinvolto nei diversi problemi di salute che colpiscono l’uomo.

Il principio sotteso a tale approccio si rinforza nel momento in cui la patologia viene considerata come la compromissione della funzionalità di tutto l’organismo (olismo) e non solo di quella dell’apparato o dell’organo manifestatamente più colpito.

E’ per questo motivo che l’apparato muscolo scheletrico fasciale viene considerato coinvolto, direttamente o indirettamente, in qualsiasi tipo di patologia come d’altro canto sarebbe facile evidenziare se nella raccolta dei segni e dei sintomi che formano il quadro clinico fosse prevista anche una sua valutazione.

 

Per quanto detto sembra quindi abbastanza strano il fatto che l’apparato muscolo scheletrico fasciale, così ampiamente rappresentato e così spesso coinvolto, non venga ancora adeguatamente tenuto in considerazione, con la conseguenza che l’operatore viene privato della possibilità di intervenire sul sistema attraverso una ulteriore ed efficace via terapeutica.

 

Un apparato muscolo scheletrico fasciale ben funzionante permette:

 

  1. una efficace prevenzione nei confronti delle malattie infiammatorio degenerative osteoarticolari (es: artrosi articolare)
  2. una riduzione del numero di infortuni, delle loro conseguenze e dei tempi richiesti per il loro recupero
  3. un significativo miglioramento dei molti quadri clinici a seguito dell’utilizzo di trattamenti riabilitativi mirati all’apparato muscolo scheletrico fasciale
  4. un miglioramento generale delle prestazioni funzionali di tutti i soggetti e soprattutto degli anziani e degli sportivi
  5. una significativa riduzione dei fenomeni “dolorosi” che interessando gran parte della popolazione e comportano costi significativi per la società

 

Il motore che sta alla base della funzionalità di questo apparato è il muscolo con la sua fascia. Esso va in crisi quando “perde la naturale capacità di allungarsi correttamente” quale conseguenza dell’esser stato per troppo tempo accorciato o per troppo tempo allungato (sedentarietà).

L’efficacia e l’efficienza contrattile rappresenta la funzione primaria del muscolo ed essa è direttamente proporzionale alla sua capacità di allungarsi.

Meglio il muscolo si allunga, meglio si contrae e più forza sviluppa senza affaticarsi.

Un muscolo che si contrae in maniera inadeguata può creare disturbi alle funzioni che svolge che si manifestano con la riduzione, la modifica o la perdita di movimenti o di porzioni di essi. Si creano così situazioni che nel tempo genereranno un dolore che potrà facilmente diventare cronico.

 

L’alterata funzione di un muscolo causa inoltre uno squilibrio nel lavoro di tutti gli altri muscoli ad esso correlati, con conseguente sovraccarico funzionale degli stessi e delle loro inserzioni ossee.

 

Tali squilibri muscolari, che da locali possono diventare regionali o generali e quindi posturali, portano al disallineamento delle articolazioni ad essi collegate favorendo così l’insorgenza di modificazioni strutturali artrosiche che condizionano ulteriormente il lavoro dei muscoli e innescano un circolo vizioso in cui alla funzione si aggiunge altra criticità e quindi altro dolore.

 

Nel tempo il dolore così provocato tende a cronicizzare assumendo, da caso a caso, sede, intensità e irradiazioni diverse. Esso risulta accentuato dal movimento e ciò scatena un riflesso di protezione che fa contrarre ulteriormente i muscoli a difesa delle strutture corporee. Questa situazione reattiva non fa però che peggiorare ulteriormente la funzione muscolare e porta in compressione le articolazioni aumentando così il rischio di artrosi.

Si instaura in questo modo una catena di eventi che, qualora non interrotta, finisce per compromettere progressivamente le diverse funzioni svolte dall’organismo.

 

Il problema disfunzionale descritto, col conseguente sovraccarico del muscolo e delle sue inserzioni da cui deriva l’ischemia e le microlesioni dei tessuti, attiva e sensibilizza nel tempo le vie dolorifiche. I terminali che le compongono (nocicettori), per effetto di questo stato di cronica attivazione (eccitotossicità da glutammato e infiammazione neurogenica), modificano il proprio profilo funzionale facendo si che stimoli minimi (iperalgesia) o stimoli abitualmente innocui (allodinia) risultino particolarmente dolorosi per il soggetto.

 

La cronica attivazione delle vie dolorifiche comporta, in una fase successiva, l’allargamento dell’area dolente e l’irradiamento del dolore in altri distretti a conferma della tendenza degli stati disfunzionali ad implementarsi ed a coinvolgere settori sempre più numerosi del sistema.

 

Il processo descritto, a prevalente evoluzione meccanica, genera delle conseguenze che possono essere peggiorate se il soggetto mantiene abitudini di vita particolari che determinino uno stato di acidosi a livello dei tessuti fasciali e quindi a livello dei connettivi di muscoli e tendini.

Difetti qualitativi e quantitativi di alimentazione, stili di vita esasperati con stress prolungati e scarso riposo, poca attività fisica, ripetitività di gesti motori o posture (overusing), abuso di fumo sono le condizioni che incrementano tale stato.

Ne consegue che il processo disfunzionale, trovando un ambiente già alterato in senso acido che lo amplifica, definisce una situazione di sofferenza non tanto di maggiore entità quanto di maggior durata che contrasta l’instaurarsi di eventuali meccanismi di autoguarigione.

 

Per quanto detto in uno stato fisiologico di equilibrio muscolare e posturale, proprio dei soggetti sani, nessun muscolo, nessuna inserzione muscolare, nessuna articolazione risultano dolenti è ciò proprio per l’assenza di disequilibri muscolari e di fenomeni di sovraccarico.

Qualora invece alcune zone dell’apparato muscolo scheletrico fasciale risultassero dolenti, il motivo va ricercato proprio nell’esistenza di situazioni funzionali anomale che favoriscono la comparsa di ischemia, microlesioni, infiammazione e acidosi dei tessuti coinvolti che a loro volta determinano l’attivazione dei nocicettori e delle vie dolorifiche correlate.

In particolare, quanto più il muscolo si accorcia e tanto più lavora (overusing) in queste condizioni tanto più scarica tensioni a livello delle proprie inserzioni ossee (entesi).

Le entesi sono la parte terminale dei connettivi che avvolgono e compenetrano i muscoli e che convergono verso le inserzioni ossee sotto forma di tendini, aponeurosi e bande. Queste zone di inserzione periostale, definite entesi, sono ricchissime di recettori polimodali, liberi e amielinici che in condizioni normali (fisiologiche) si comportano da meccanocettori ma che in situazioni patologiche (disfunzione) diventano recettori dolorifici. Tali zone sono sempre molto sollecitate durante il movimento in quanto sono i punti fulcro attraverso i quali passano in successione i diversi assi di movimento del muscolo che si producono in rapporto alle articolazioni.

L’eccesso di sovraccarico determina in queste aree di inserzione, naturalmente poco vascolarizzate e quindi più delicate, condizioni di ulteriore riduzione della circolazione sanguigna cui seguono microlesioni, infiammazione,dolore, fibrosi, degradazione tissutale, acidificazione dei connettivi coinvolti, liberazione di neurotrasmettitori e di citochine, situazioni queste tutte in grado di mantenere e di amplificare il fenomeno disfunzionale che in questo modo si perpetua e produce ulteriore dolore.

A partire quindi dalle entesi o dai muscoli o da entrambi si realizza e si mantiene quel mal funzionamento che nel tempo è destinato a coinvolgere anche gli altri distretti bio meccanicamente correlati.

Andando a palpare e a comprimere le zone di inserzione periostale sollecitate dalla disfunzione, si scopre che molte di queste risultano dolenti. Solo per alcune tuttavia il dolore provocato dalla palpazione è insopportabile (iperalgesia e allodinia ) evocando nel paziente uno stato di sofferenza che spesso per qualità, sede ed irradiazione ricorda quello che lo ha portato a richiedere aiuto.

 

Il metodo BMA Bilanciamento Muscolare in Allungamento è una metodica che si confronta con il dolore concentrando la propria azione non sul muscolo ma sulle sue entesi che sono le zone con cui il muscolo si inserisce nell’osso.

L’obbiettivo è di rilassare il muscolo in preda al dolore ed allungarlo favorendo così il suo recupero funzionale per poi mantenerlo nel tempo favorendo così sia la scomparsa completa del dolore che il recupero della funzione.

 

Il metodo BMA lavora in due fasi denominate: Press&Stretch e Stretch&Stretch.

La fase di digitopressione, denominata Press&Stretch, prevede di intervenire manualmente direttamente sulle aree dolorose delle inserzioni muscolari con un lavoro di pressione (PRESS) che ha il compito di disattivare il dolore favorendo così la successiva fase di allungamento (STRETCH) che avviene a ruota e sempre sugli stessi muscoli, con lo scopo di allungare le fibre muscolari ed i relativi connettivi.

Il meccanismo specifico per cui la digitopressione esercitata a livello delle inserzioni muscolari, evocando un dolore intenso, ha l’efficacia descritta, non è stato ancora univocamente identificato.

Le attuali conoscenze di neurofisiologia concordano però nella formulazione delle seguenti ipotesi circa il meccanismo di funzionamento dello stimolo intenso:

  1. che agisca resettando il sistema del dolore direttamente a livello del midollo (“cancello di Melzack”)
  2. che stimoli intensamente il grigio periacqueduttale ed attivi la via inibitoria discendente degli oppioidi endogeni con la produzione di endorfine
  3. che rilassi meccanicamente il muscolo resettando così i propriocettori (fusi neuromuscolari e organi tendinei del Golgi) e spegnendo i nocicettori periostali per permettere un recupero istantaneo della normale funzione. Solo però la sua immediata ripetizione consoliderà il risultato raggiunto,
  4. o che compia tutte e tre le citate azioni.

 

Il fatto che il Press&Stretch ottenga, con l’efficacia di un interruttore, l’effetto di spegnere le aree del sistema che gli inviano informazioni alterate, contribuisce a ricreare quella condizione di normalità in cui riduzione del dolore e allungamento dei muscoli consentono al sistema stesso di ripristinare modelli fisiologici di funzionamento al cui interno si possono attivare i meccanismi di autoguarigione.

Se essa viene mantenuta nel tempo tramite lo Stretch&Stretch il risultato si consoliderà ulteriormente e verranno ridotti i rischi di ricaduta.

 

La componente denominata Stretch&Stretch assolve al compito di allungare efficacemente i muscoli ipoestensibili.

La sua capacità di recupero della funzione muscolare si basa soprattutto sul corretto utilizzo dei meccanismi neurofisiologici che stanno alla base dei naturali rapporti funzionali riflessi, esistenti tra i diversi muscoli durante i movimenti.

Il metodo, infatti, propone l’esecuzione di uno stretching multifasico costituito da una sequenza ragionata di tecniche di stretching (STEP) in cui gli allungamenti muscolari incrementali che esse determinano sono, nel loro insieme, capaci di ottenere in maniera semplice e ripetibile un risultato finale la cui qualità è di gran lunga superiore a quella raggiungibile da ciascuna tecnica eseguita singolarmente.

 

Il BMA non è un rimedio miracoloso e non è certamente la soluzione di tutti i problemi di carattere muscolare ma è in grado di dare un significativo contributo al loro trattamento offrendo una tecnica semplice e di rapido apprendimento.

 

La sua originalità consiste nell’intelligente integrazione di più metodiche di medicina manuale messe a punto da autori diversi che ha permesso di abbinare tra di loro i differenti meccanismi neurofisiologici che ne stanno alla base, col risultato di ottenere l’implementazione di tutti ed un aumento dell’efficacia di ciascuno.

Possiamo quindi dire che BMA è un metodo costruito dalla pratica quotidiana del dr. R.P. Stefani che, attraverso prove ed errori, ha individuato un modo di procedere nuovo che ha dimostrato di essere affidabile, ripetibile e che per tale motivo viene utilizzato giornalmente e con soddisfazione sui pazienti disfunzionali.

 

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